I primi contatti con il mondo del lavoro: come orientarsi?

Bivio

Finita la scuola media superiore, la scelta tra università e lavoro: quali le informazioni utili a quanti scelgono di avviare la propria carriera professionale? 

Finita la scuola, se non ancora prima, i ragazzi si trovano davanti a una decisione tutt'altro che banale: proseguire con gli studi all’università o entrare subito nel mondo del lavoro? Un'opzione, quest'ultima, presa ad esempio spesso in considerazione da chi può contare su un titolo di studio professionale o tecnico utile ad avviare una carriera in un settore specifico e specializzato. In ogni caso, anche risolto il dilemma lavoro o università, gli interrogativi sul da farsi non mancano: ad esempio, quale facoltà o quale settore professionale scegliere? Seguire solo le proprie aspirazioni o guardare anche alle richieste effettive del mercato del lavoro? 

D'altra parte, le scelte su quando iniziare a lavorare, con quali modalità, su che tipo di settore scegliere, e così via, possono avere impatti sul lungo periodo e vanno valutate quindi attentamente, evitando di guardare solo all'immediato (Mi trovo bene sul posto di lavoro?  È vicino a casa? Pagano bene?) e pensando dunque anche ai possibili impatti futuri delle proprie decisioni (Ho prospettive di crescita? Si tratta di una professione richiesta o meno sul mercato del lavoro?). 

Una delle domande che potrebbero e dovrebbero porsi i più giovani intenzionati a entrare rapidamente nel mondo del lavoro riguarda ad esempio il lavoro nero: perché è tanto importante non lasciarsi abbagliare da facili promesse e lavorare con soluzioni contrattuali regolari e riconosciute dalla legge?  

Il lavoro nero è quel lavoro svolto senza un regolare contratto, senza contribuzione sociale e garanzie assicurative. Si tratta, quindi, a tutti gli effetti di una prestazione di lavoro illegale, attraverso la quale si evita il pagamento di imposte e contributi. Il lavoro irregolare sembrerebbe dunque, teoricamente, conveniente per le imprese (che risparmiano tasse e contributi) e per i lavoratori (che non vengono tassati sul reddito).

Al di là delle apparenze, però, la situazione non è affatto di così semplice lettura: mancati versamenti all’INPS o a altri istituti di previdenza comportano per il dipedente gravi mancanze di anni di contribuzione e, di fatto, un importo pensionistico più basso (se non addirittura l’impossibilità di ottenere la pensione). Un semplice esempio: per ogni 1.000 € di reddito percepito in nero si perdono circa 330 € di contributi previdenziali (utili per costruirsi una pensione) e ciò comporta un importo pensionistico molto più basso in futuro e un accesso tardivo alla pensione, poiché gli anni di lavoro in nero non valgono per accumulare anni di contribuzione. Ma c’è dell’altro, perché si perdono anche i contributi per coprire i periodi di malattia, invalidità temporanea, invalidità permanente e, in caso di infortunio sul lavoro, anche cure e riabilitazione saranno a proprio carico. In altre parole, se un lavoratore in nero si fa male, non ha nessun sostegno al reddito; così come nel caso di malattia, maternità o congedo parentale.

 

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