Perequazione, come la pensione si rivaluta nel corso del tempo

Come cambia l’importo della pensione nel tempo? In che modo si stabiliscono i diversi adeguamenti annuali? Facciamo chiarezza su perequazione e indicizzazione delle pensioni

A differenza dei redditi da lavoro, soggetti o alla contrattazione tra le parti nel caso di  rapporto di subordinazione o alle leggi di mercato nell’eventualità di rapporto di lavoro autonomi, il reddito della pensione è stabilito in base a una precisa formula di calcolo (contributivo, misto o retributivo a seconda del periodo d’ingresso nel mercato del lavoro) che, in linea teorica, lo definisce una volta per tutte. Come garantire ai percettori di rendita importi adeguati alle eventuali variazioni (al rialzo) di inflazione e costo della vita? Proprio allo scopo di proteggere il potere d’acquisto del trattamento pensionistico e assicurare ai pensionati un tenore di vita adeguato e costante nel tempo, è stato introdotto il meccanismo della cosiddetta “perequazione automatica”, aumento periodico dell’assegno pensionistico collegato all’inflazione. Più precisamente, quindi, l’espressione “perequazione automatica” indica il meccanismo di rivalutazione dell’importo di pensioni, rendite o eventuali trattamenti assistenziali erogati dalla previdenza pubblica sulla base dei parametri di riferimento periodicamente individuati dall’Istat.

Come funziona la perequazione? - È l’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati a stabilire il valore di riferimento per la stima dell’aumento da applicare, calcolato dapprima in forma di indice provvisorio e, a seguire, in via definitiva come indice da conguagliare a inizio anno.  Al termine di ogni anno, è dunque emanato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze un decreto che fissa “in via previsionale” la variazione percentuale che dovrà essere applicata ai trattamenti pensionistici mensili dell’anno successivo. Proprio perché provvisorio, tale valore sarà poi sostituito – al termine dell’anno stesso - da un indice di variazione definitiva, sulla base del quale sarà effettuato un conguaglio che appiani eventuali divergenze tra la stima iniziale e il valore poi effettivamente riscontrato. Il conguaglio potrà pertanto essere:

  • positivo: nel caso in cui la variazione definitiva si sia rivelata superiore a quella previsionale, la differenza sarà corrisposta al percettore di rendita “in aggiunta alla pensione”
  • negativo: se la variazione definitiva si dovesse rivelare inferiore a quella previsionale, l’importo è “sottratto alla pensione”.

Si spiega quindi facilmente l’attenzione dei media e dei pensionati per l’importo della pensione del mese di gennaio in cui convergono sia l’eventuale conguaglio relativo all’anno precedente sia eventuali aumenti rispetto all’indice previsionale stimato per l’anno in corso.

Come si applicano gli indici? – Premessa fondamentale è che l’indicizzazione non si applica allo stesso modo a tutti i trattamenti pensionistici.

In linea generale, si può comunque affermare che da circa 20 anni è in vigore un meccanismo che prevede lindicizzazione piena per le pensioni più basse e la rivalutazione parziale per quelle d’importo superiore. D’altro canto, occorre anche sottolineare che sulle indicizzazioni si sono susseguiti nel tempo molteplici interventi, spesso anche in contraddizione tra loro, seppur accomunati dall’intenzione di produrre eventuali risparmi di sistema. Se, dunque, in alcuni periodi le pensioni non hanno ricevuto alcuna perequazione, in altri i trattamenti pensionistici hanno subito differenti indicizzazioni che si sono tramutate nei fatti in una riduzione strutturale, e non più recuperabile, nel valore delle prestazioni. Ragioni per le quali, Suprema Corte e Cassazioni si sono espresse negativamente su tali provvedimenti.

Tra le più recenti occorre ricordare la sentenza della Corte Costituzionale 70/2015 con cui la Consulta ha dichiarato l’incostituzionalità del “blocco biennale” previsto per i trattamenti superiori a 3 volte il minimo Inps della legge Monti-Fornero. Ne è conseguito il decreto legge 65/2015 che ha stabilito la rivalutazione parziale dei soli trattamenti compresi tra 3 e 6 volte il minimo Inps, confermando viceversa l’assenza di rivalutazione per gli assegni pensionistici con importi superiori a 6 volte il trattamento minimo Inps. Sollecitata di recente sul tema, con la sentenza n.250/2017, la Corte Costituzionale ha comunicato di aver “respinto le censure di incostituzionalità del decreto-legge n. 65 del 2015 in tema di perequazione delle pensioni, che ha inteso ‘dare attuazione ai principi enunciati nella sentenza della Corte costituzionale n. 70 del 2015′. La Corte ha ritenuto che – diversamente dalle disposizioni del “Salva Italia” annullate nel 2015 con tale sentenza – la nuova e temporanea disciplina prevista dal decreto-legge n. 65 del 2015 realizzi un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica”.

Così nel 2018 - Sulla base del decreto interministeriale emanato lo scorso 20 novembre dal Ministero dell'Economia e delle Finanze congiuntamente al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, all'interno del quale viene accolto il dato relativo al tasso di inflazione comunicato dall'Istat nei primi nove mesi del 2017, a partire dall'1 gennaio 2018 le pensioni saranno rivalutate dell1,1% per recuperare la perdita del potere d'acquisto registrata nel 2017. Fissato inoltre il tasso relativo al 2017, pari a zero. Il meccanismo d’indicizzazione resta invece quello introdotto dalla legge 147/2013 dall'1 gennaio 2014 e prorogato dalla legge n. 208 del 2015 sino al 31 dicembre 2018, che ha ridotto rispetto al passato l'indicizzazione il costo della vita per le pensioni di importo medio-alto.

Pertanto, nel 2018 le sole pensioni d’importo fino a tre volte il trattamento minimo si rivaluteranno al 100% dell’inflazione stimata dell'1,1%, mentre a quelle d’importo superiore e sino a quattro volte il trattamento minimo sarà riconosciuto il 95% dell’adeguamento. La rivalutazione effettiva sarà dell'1,045%. Per  le pensioni di importo superiore e sino a cinque volte il minimo, l'adeguamento sarà pari al 75%, mentre la rivalutazione effettiva sarà pari allo 0,825% rispetto al valore del 2017; l’adeguamento scende al 50% (+0,55% effettivo rispetto al 2017) per i trattamenti pensionistici complessivamente superiori a cinque volte il minimo e al 45% per quelli superiori a sei volte il trattamento minimo Inps (il che implica che l'incremento effettivo sarà in questo caso pari allo 0,495% rispetto al 2017). Attenzione! La rivalutazione sarà applicata per fasce complessive di importo e non per scaglioni, il che significa ad esempio che un’ipotetica pensione di 3.050  euro verrà rivalutata interamente (e non per quote o scaglioni) dello 0,495%.  A partire dal 2019 si prevede invece il ritorno al precedente meccanismo.

In breve: 

  • pensioni fino a tre volte il minimo: rivalutazione al 100% e aumento dell’1,1%
  • pensioni fra tre e quattro volte il minimo: si rivalutano al 95%, quindi nel 2018 saliranno dell’1,045% 
  • pensioni fra quattro e cinque volte il minimo: adeguamento al 75%, quindi aumento dello 0,825% 
  • pensioni fra cinque e sei volte il minimo: indicizzazione al 50%, quindi aumento dello 0,55%
  • pensioni sopra sei volte il minimoindicizzazione al 45%, quindi aumento dello 0,495%

La rivalutazione pari all’1,1% si applica inoltre pienamente anche sull'importo del trattamento minimo che, per il 2018, ammonterà quindi a 507,41 euro al mese; per l'assegno sociale previsto invece un aumento da 448,07 a 453 euro al mese. Mentre la pensione sociale raggiungerà i 373 euro al mese, la pensione di invalidità civile passerà da 279,47 a 282,55 euro al mese e, infine, l’assegno di accompagnamento salirà dagli attuali 515,43 a 516,35 euro.

Gli adeguamenti saranno poi conguagliati nel 2019, in base all’inflazione reale, che determinerà la conseguente variazione del calcolo della perequazione delle pensioni.

Il probabile recupero della maggiorazione di indicizzazione - Con le operazioni di conguaglio del prossimo anno si dovranno infine recuperare gli effetti della maggiore rivalutazione concessa tre anni fa. Come noto, nel 2014 è stato infatti adottato un indice di rivalutazione provvisorio dello 0,3%, mentre quello definitivo è poi risultato dello 0,2%.  Poiché però nel 2016 il tasso di rivalutazione è risultato pari a zero, malgrado importi relativamente contenuti (tra i 16-20 euro la trattenuta media ipotetica sulla pensione ), per evitare un recupero che avrebbe comportato la riduzione degli importi pensionistici e assistenziali o l’eventualità di un prelievo una tantum a gennaio 2016, il Governo ha rinviato il recupero prima al 2017 e, a seguire per le stesse ragioni, nel 2018 nella speranza che la ripresa dell'inflazione riuscisse a compensare l'effetto negativo sugli assegni, così come di fatto è poi avvenuto. Il recupero - si veda la circolare Inps n.186/2017 - è avvenuto  n unica soluzione sulla mensilità di gennaio per gli importi fino a 6 euro e in due rate di pari importo sulle mensilità di gennaio e febbraio per i conguagli di importo superiore a 6 euro.

 

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