Riscatto, non c'è solo la laurea

Non solo laurea: vi spieghiamo che cosa sono i contributi da riscatto e come il lavoratore può ottenere il riconoscimento contributivo di periodi "previdenzialmente scoperti". Ma fate attenzione ai costi!

Cos'è il riscatto?

Il riscatto è un’operazione che consente al lavoratore di ottenere, a proprie spese, il riconoscimento contributivo dei periodi durante i quali risulta previdenzialmente “scoperto”. A differenza della copertura figurativa (servizio militare, assenza per maternità, ecc.) che è gratuita, il riscatto è sempre a titolo oneroso. Il riscatto è agevolato fiscalmente perché le somme versate agli enti di previdenza possono essere dedotte dal reddito, così come avviene con i contributi obbligatori. Il lavoratore ha così la possibilità di recuperare parte della spesa grazie alle minori tasse pagate. La deducibilità fiscale prima, e la possibilità recentemente offerta di pagare a rate senza interessi nell’arco di 10 anni, ad esempio, hanno dato nuovo slancio al riscatto della laurea che, per i suoi alti costi, con l’introduzione del sistema di calcolo contributivo era passata un po’ in secondo piano. Ma vediamo quali sono le diverse situazioni previste.

Quando e perché riscattare? il recupero dei  buchi assicurativi

La contribuzione obbligatoria si prescrive nell’arco di 10 anni. Trascorso questo periodo, per recuperare un eventuale “buco” assicurativo non resta che il riscatto. A corredo della domanda da presentare all’ente cui si è iscritti, l’interessato deve produrre documentazione di data certa che dimostri l’esistenza del rapporto di lavoro. In particolare, dai documenti deve risultare: la durata del rapporto, la qualifica rivestita dal lavoratore e, ove possibile, la retribuzione percepita. A tal fine si considerano valide le dichiarazioni o attestazioni redatte all’epoca dello svolgimento del rapporto di lavoro. Sono pertanto utili: le lettere di assunzione e di licenziamento, le annotazioni apposte sul libretto di lavoro, le buste paga, gli estratti di libri paga e matricola e così via. Non hanno invece alcun valore le cosiddette dichiarazioni rilasciate “ora per allora”. Ad esempio, non serve a niente farsi rilasciare dal vecchio datore di lavoro una dichiarazione con la quale attesta la retribuzione elargita a suo tempo. Ricordiamo che i contributi riscattati si collocano temporalmente nello stesso periodo nel quale avrebbero dovuto essere versati.

I nuovi riscatti

La riforma Amato del 1993 ha introdotto una particolare facoltà di riscatto a favore di chi non è occupato e assiste figli o familiari portatori di handicap. Questa opportunità è concessa solo se si può contare su almeno cinque anni di contribuzione acquisita in base a un’effettiva attività lavorativa, con esclusione quindi di quelle figurativa, volontaria o proveniente da riscatto. La copertura assicurativa, a pagamento, è riconosciuta fino a un massimo di cinque anni.

Due le ipotesi previste: a) assenza facoltativa dal lavoro per maternità e assenza dal lavoro per malattia del bambino sino a tre anni di età (quando la donna non sta lavorando). Per chi è già occupato questi periodi sono accreditati figurativamente; b) congedo per l’assistenza e la cura di disabili in misura non inferiore all’80% (solo per i periodi successivi al 31 dicembre 1993). Queste due voci non erano cumulabili con il riscatto del periodo di corso legale di laurea. La limitazione è stata cancellata dalla Legge di Stabilità del 2016.

Con la riforma Dini del 1995, la possibilità di riscatto ai fini pensionistici è stata ampliata anche ai corsi di formazione professionale e a particolari periodi di interruzione o sospensione dell’attività lavorativa purché successivi al 31 dicembre 1996. Questi i casi previsti:

  • periodi d’interruzione o sospensione del rapporto di lavoro per un massimo di tre anni, non coperti né da contribuzione figurativa, né volontaria. La legge non è molto esplicita a questo proposito e parla genericamente di situazioni derivanti “da specifiche disposizioni di legge o contrattuali e prive di copertura assicurativa”. Nella categoria potrebbero rientrare, ad esempio, le aspettative per motivi di famiglia o di studio, o le interruzioni per motivi disciplinari. Le circostanze devono risultare da apposita attestazione rilasciata dal datore di lavoro;
  • periodi di formazione professionale, studio e ricerca, finalizzati all’acquisizione di titoli o di competenze specifiche richieste per l’assunzione al lavoro o per la progressione della carriera. Se è previsto il rilascio di un titolo o attestato, questo deve essere stato effettivamente conseguito. L’esatta individuazione dei corsi di studio dovrà avvenire mediante l’emanazione di un apposito decreto da parte del ministro del Lavoro (che finora non è mai stato emanato);
  • periodi d’inserimento nel mercato del lavoro (lavoro interinale, a termine liberalizzato ecc.), ancora da definire mediante l’emanazione del solito decreto ministeriale;
  • lavoro discontinuo, saltuario, precario e stagionale nonché i periodi intercorrenti non coperti da contribuzione. Le domande degli interessati devono essere corredate di certificazione comprovante la regolare iscrizione nelle liste di collocamento e il permanere dello stato di disoccupazione per tutto il periodo per cui si chiede la copertura mediante riscatto;
  • lavoro part-time orizzontale, verticale o ciclico (settimane o mesi alterni) per i periodi non coperti. Il richiedente ha l’onere di provare lo stato di occupazione a tempo parziale per tutto il periodo per cui chiede la copertura.

Per questi ultimi due casi (lavoro discontinuo e part-time), in alternativa al riscatto, è possibile il versamento della contribuzione volontaria: per l’autorizzazione, eccezionalmente, è richiesto un solo anno di contribuzione obbligatoria invece di tre.

Riscatto, ma quanto si spende?

Il costo del riscatto varia a seconda del regime previdenziale in cui si è inquadrati. Tutto nasce dalle modifiche intervenute nel calcolo della pensione con la riforma del 1995 (legge Dini, n. 335/95). Molto sinteticamente, le attuali regole prevedono l’applicazione del tradizionale criterio di calcolo “retributivo” a favore di coloro che potevano vantare almeno 18 anni di contribuzione alla data del 31 dicembre 1995 (il calcolo retributivo, riguarda ora solo l’anzianità acquisita sino al 31 dicembre 2011). Chi non aveva alcuna anzianità assicurativa al 31 dicembre 1995 (i neoassunti, per intenderci) rientra, invece, nel regime contributivo. Mentre il cosiddetto criterio “misto” (retributivo per i periodi sino al 1995 e contributivo per i successivi) si applica a coloro che, sempre al 31 dicembre 1995, potevano contare su una posizione assicurativa inferiore a 18 anni. Di conseguenza, ai fini della determinazione dell’anzianità contributiva complessiva e, quindi, del diverso meccanismo di calcolo del costo del riscatto, bisogna considerare dove si collocano i periodi da recuperare. Ecco tre esempi pratici che riepilogano tutti i casi che si possono presentare e che interessano, sostanzialmente, coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996 e chi ricade nel sistema misto.

  1. Lavoratore assunto dal 1° gennaio 1996 che riscatta un periodo collocato temporalmente in data anteriore al 31 dicembre 1995. In questo caso si applica, per il calcolo del costo del riscatto, il criterio retributivo. Mentre la pensione verrà calcolata con il sistema misto: retributivo per gli anni riscattati perché si collocano in data anteriore al primo gennaio 1996, contributivo per l’anzianità maturata con l’effettiva attività lavorativa.
  2. Lavoratore assunto dopo il 31 dicembre 1995 che riscatta un periodo collocato temporalmente in parte prima e in parte dopo il 1° gennaio 1996 (ad esempio quattro anni di laurea dal 1° novembre 1993 al 31 ottobre 1997). La collocazione temporale della carriera universitaria comporta un doppio calcolo: l’onere di riscatto va valutato in parte con il sistema retributivo (1° novembre 1993 - 31 dicembre 1995) e in parte con quello contributivo (1° gennaio 1996 - 31 ottobre 1997).
  3. Lavoratore assunto dopo il 31 dicembre 1995 che riscatta un periodo collocato temporalmente dopo il 1° gennaio 1996. L’onere del riscatto, come la pensione, viene calcolato interamente con il sistema contributivo.

/**/

Riscatto, il costo con il sistema retributivo

L’onere da sostenere, con il sistema retributivo, consiste nel versamento di una somma, definita tecnicamente riserva matematica. Questa somma serve all’ente per coprire l’incremento di pensione che scaturisce dal riscatto. Si tratta, in altri termini, della quantità di capitale necessaria al fondo previdenziale per costituire una riserva tale da coprire il maggior onere finanziario derivante (in futuro) dall’aggiunta, nel calcolo della pensione, degli anni riscattati a quelli coperti da contribuzione obbligatoria.

Le modalità di conteggio della riserva matematica sono piuttosto complesse e il risultato (la somma da versare) dipende da vari elementi tra cui il sesso, l’età e la retribuzione alla data della domanda. Le donne, per esempio, pagano più degli uomini, perché fruiscono del vantaggio (la pensione maggiorata dai periodi riscattati) alcuni anni prima. In linea generale si può dire che più bassa è la retribuzione e più giovane l’età del richiedente, meno si paga. La determinazione della riserva matematica avviene attraverso quattro operazioni:

  1. calcolo della pensione annua “teorica” maturata alla data della domanda di riscatto, senza tenere conto del periodo da aggiungere;
  2. calcolo della pensione annua “teorica” maturata alla data della domanda di riscatto, con l’aggiunta del periodo da riscattare;
  3. calcolo dell’incremento di pensione, ossia la differenza tra la rendita con riscatto e quella senza riscatto;
  4. applicazione all’incremento di pensione (in pratica il punto c meno il punto b) dei coefficienti di capitalizzazione, variabili in base alle caratteristiche (età, sesso e così via) di chi ha chiesto il riscatto. I coefficienti di capitalizzazione sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale (Supplemento ordinario) n. 258 del 6 novembre 2007.

Riscatto, il costo con il sistema contributivo

Il conteggio decisamente più facile se i periodi da riscattare, collocati dopo il 31 dicembre 1995, rientrano nel calcolo contributivo della pensione. In questi casi la spesa da sostenere non viene più determinata con il meccanismo della riserva matematica, ma applicando semplicemente alla retribuzione l’aliquota contributiva obbligatoria in vigore al momento di presentazione della domanda di riscatto. Un dipendente, ad esempio, deve sborsare, per ciascun anno da recuperare, il 33% della sua retribuzione. Facciamo un esempio. Il signor Rossi, giovane neoassunto, pensa di riscattare la laurea breve (tre anni). Il suo primo stipendio annuo è di 22.000 euro. Per sapere quanto gli costa il riscatto è sufficiente che calcoli il 33% di 22.000 e moltiplichi il risultato per i tre anni di università. In totale deve spendere 21.780 euro. Anche in questo caso si può vedere che la spesa è tanto minore quanto prima si chiede il riscatto (ipotizzando, ovviamente, che al passare del tempo la retribuzione continui a crescere)

Si può pagare a rate?

Una volta calcolato l’onere di riscatto, l’ente deve darne comunicazione al richiedente. Con la nota di avviso, alla quale normalmente viene allegato il bollettino di conto corrente postale utile al versamento, l’ente avverte che il pagamento della somma richiesta deve avvenire entro il termine perentorio di 60 giorni. Il pagamento dell’onere di riscatto deve essere di norma effettuato in unica soluzione. Tuttavia, quando la contribuzione riscattata non debba essere immediatamente utilizzata per la liquidazione della pensione è ammesso il pagamento rateale. In tal caso la somma dovuta deve essere corrisposta in numero massimo di 60 rate mensili (5 anni) di uguale entità e di importo non inferiore a 26 euro, con maggiorazione di interessi al tasso legale annuo composto.

Il pagamento di ciascuna rata ha valore irrevocabile. In caso di mancato versamento di due rate consecutive la pratica si considera conclusa, con l’accredito limitato ai contributi relativi al periodo per la cui copertura sono sufficienti le somme già corrisposte.

Conviene riscattare?

La domanda purtroppo non consente una risposta certa e immediata. Trattandosi di un’operazione onerosa, per la quale occorre mettere mano al portafoglio, le considerazioni da fare prima di dire sì o no sono tante.

La prima riguarda senz’altro l’obiettivo che si vuole raggiungere, ossia se il recupero degli anni   deve servire per aumentare l’assegno mensile che l’Inps corrisponderà un domani, ovvero per accelerare i tempi del pensionamento. Nel primo caso il riscatto non è quasi mai conveniente.

Vediamo ora qualche caso concreto in cui risulta invece conveniente:

  • l’operazione è utile se gli anni recuperati consentono di superare il limite di 18 anni al 31 dicembre 1995, previsto per poter avere un trattamento per gran parte calcolato con il regime retributivo, invece che con quello misto. In questo caso si può beneficiare di un reale e consistente incremento della pensione;
  • l’operazione è utile se, grazie agli anni recuperati, si arriva a raggiungere la pensione di anzianità  prima del compimento dell’età pensionabile (66 anni e 7 mesi gli uomini e 65 anni e 7 mesi  le donne). Facciamo un esempio. Per riscattare due anni di lavoro all’estero un cinquantasettenne con 30.000 euro di stipendio deve sborsare circa 28.000 euro. Se il riscatto serve, ad esempio, per acquisire il diritto alla pensione di anzianità, e  cioè per raggiungere i 42 anni e 10 mesi di contributi e lasciare il lavoro a 63 anni anziché a 66, la convenienza è evidente;
  • l’operazione è utile se, con l’aggiunta degli anni riscattati, si riesce a maturare il diritto alla pensione, per la quale è richiesto un minimo di 20 anni. Si pensi, ad esempio, al caso di un soggetto prossimo all’età della vecchiaia, con 18 anni di contribuzione, il quale recuperando 2 anni si assicura il diritto alla pensione che altrimenti non avrebbe. Diritto che potrebbe raggiungere anche attraverso i versamenti volontari, ma in questo caso deve lasciar trascorrere il tempo (la volontaria non vale per il passato). 

In tutti i casi, inoltre, bisogna anche considerare se andare in pensione in anticipo, o con una rendita più elevata compensa il mancato maggior profitto derivante da un diverso impiego della somma da pagare per il riscatto, ad esempio aderendo a un fondo pensione complementare.

 

 

Potrebbe interessarti anche

Miniguida al riscatto di laurea

Miniguida al riscatto di laurea

Sfruttare gli anni dell’università per raggiungere la pensione in anticipo. Ecco come funziona il riscatto di laurea e perché è bene muoversi in fretta: più tempo passa e meno conviene! 

Come e perché aderire alla previdenza integrativa?

Con il metodo di calcolo contributivo la pensione sarà ancora sufficiente? O meglio iniziare a pensare a una "pensione di scorta"? Alcuni dei dubbi più frequenti di quanti si interrogano sull'adesione alla previdenza complementare

La Busta Arancione

Due strumenti di calcolo in uno: vuoi sapere a quanto ammonteranno la tua pensione pubblica e integrativa? Prova la Busta Arancione di Pensioni&Lavoro, semplice e a prova di clic!