L'ABC della previdenza: i coltivatori diretti

I contributi obbligatori, i trattamenti pensionistici e le novità 2020: come funziona la previdenza di base di coltivatori diretti, coloni e mezzadri 

 

I CONTRIBUTI OBBLIGATORI (quanto costa la pensione) 

Il sistema pensionistico dei coltivatori diretti, coloni e mezzadri, il cui ente di riferimento è l’INPS, è finanziato attraverso un prelievo contributivo rapportato al reddito agrario.

Il calcolo dei contributi pensionistici si effettua applicando una determinata percentuale sul reddito agrario convenzionale stabilito annualmente (per il 2020 pari a 59,45 euro, come stabilito da Decreto Direttoriale del Direttore Generale per le Politiche previdenziali e assicurativi del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 7 luglio) e articolato in quattro fasce distinte dal numero di giornate/lavoro attribuibile a ogni singola unità attiva.

  Contribuzione coltivatori diretti

 

Aliquota contributiva

Nel 2020 l’aliquota da applicare al reddito è pari al 24%. L’esatto ammontare del contributo dovuto si determina applicando la prevista aliquota percentuale ad ogni fascia di reddito convenzionale,  maggiorando il risultato di 0,68 euroa titolo di contributo IVS addizionale  fisso giornaliero nel limite massimo di 156 giornate annue (art. 17 della legge n. 160/1975), di 768,50 euro (532,18 per le aziende situate nei territori montani o in zone svantaggiate) quale quota dovuta per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali (destinata all’INAIL, ma riscossa dall’INPS) e 7,49 euro per contributo in cifra fissa pro-capite per l’assicurazione obbligatoria gravidanza/puerperio. 

La legge (comma 15 dell’art. 59 della legge n. 449/1997) prevede che i lavoratori autonomi titolari di pensione e con età non inferiore a 65 anni, possano, a domanda, richiedere lo sconto del 50% dell’onere. La riduzione riguarda esclusivamente la contribuzione pensionistica e non anche le altre quote (Inail e maternità). Il minor versamento si riflette naturalmente sul supplemento di pensione cui gli interessati hanno diritto continuando l’attività lavorativa.

La Legge di Bilancio 2017 (art. 1, commi 344 e 345, legge n. 232/2016) ha stabilito inoltre uno sgravio a favore dei coltivatori diretti e gli imprenditori agricoli professionali (IAP), con età inferiore a 40 anni che effettuano l’iscrizione nella previdenza agricola nel periodo compreso tra l’1 gennaio 2017 e il 31 dicembre 2018, i quali sono quindi esonerati dal versamento totale dei contributi per un periodo massimo 36 mesi (tre anni). Decorsi i primi 36 mesi, l’esonero è riconosciuto per un periodo massimo di 12 mesi nel limite del 66% e per un periodo massimo di ulteriori 12 mesi nel limite del 50%. L’esonero vale anche per chi si è iscritto nel 2016, qualora l’azienda sia ubicata nei territori montani e nelle cosiddette zone svantaggiate. Dopo che nel 2019 la misura non fu rinnovata, la legge di bilancio 2020 (articolo 1, co. 503 della legge 160/2019) ha rinnovato l'esonero totale dal versamento dei contributi per coloro che, avendo meno di 40 anni, effettuano nuove iscrizioni nella previdenza agricola tra l’1 gennaio 2020 e il 31 dicembre 2020 come coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali, ferma restando l'aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche.
 

 

TRATTAMENTI PENSIONISTICI

Il diritto alle prestazioni pensionistiche è subordinato alle condizioni che in via generale sono il verificarsi dell'evento protetto (ad esempio il compimento di una determinata età) e il possesso da parte dell'assicurato di determinati requisiti contributivi e assicurativi.
 

La pensione di vecchiaia

La pensione di vecchiaia viene riconosciuta qualora ricorrano contemporaneamente le seguenti condizioni: compimento dell'età pensionabile; raggiungimento di determinati requisiti contributivi; cessazione del rapporto di lavoro dipendente.

Spetta all'età di 67 anni mesi sia per gli uomini sia per le donne (il limite di età delle donne è parificato a quello degli uomini a partire dal 2018). I suddetti requisiti anagrafici, a far tempo dall'1 gennaio 2013, viene adeguato alla cosiddetta speranze di vita (sulla base dei dati forniti dall’ISTAT), con una periodicità dapprima triennale e divenuta biennale dal 2019.

L’evoluzione dell’età pensionabile nel tempo

L'evoluzione dell'età pensionabile nel tempo

Il diritto alla pensione di vecchiaia è riconosciuto quando il lavoratore possa far valere almeno 20 anni di contribuzione. Al fine di tutelare posizioni precedenti al 1993 (riforma Amato) è stabilito che si continuino ad applicare i precedenti requisiti (minimo di 15 anni) per i seguenti soggetti:

  • lavoratori che abbiano maturato 15 anni di contributi alla data del 31 dicembre 1992
     
  • lavoratori che al 31 dicembre 1992 risultino ammessi alla prosecuzione volontaria. Non è richiesto che l'assicurato ammesso alla prosecuzione volontaria abbia anche effettuato versamenti anteriormente alla predetta data. 

 

La pensione di vecchiaia contributiva

Per i lavoratori che hanno iniziato l'attività dall’1 gennaio 1996 (privi di anzianità contributiva, anche all’estero, al 31 dicembre 1995), la pensione di vecchiaia, dall’1 gennaio 2012, richiede gli stessi requisiti di quelli previsti per i soggetti che risultano già assicurati alla data del 31 dicembre 1995: 67 anni di età e 20 anni di anzianità contributiva.

È inoltre possibile ottenere la pensione di vecchiaia contributiva all’età di 71 anni sia per le donne che per gli uomini, con almeno 5 anni di contribuzione effettiva, volontaria e da riscatto (non valgono i contributi figurativi). Viene richiesta la cessazione del lavoro dipendente. 

Condizione

Affinché venga riconosciuta la pensione, l’importo del trattamento non deve risultare inferiore a 1,5 volte l’ammontare annuo dell’assegno sociale INPS (per il 2020 limite pari a 460,28 * 1,5 = euro 690,42 mensili). Si prescinde da quest’ultima condizione (1,5 volte l’assegno sociale), nel senso che la pensione viene comunque messa in pagamento, all’età di 71 anni e oltre, in presenza di un minimo di 5 anni di contribuzione effettiva. 

Attenzione! A differenza dei dipendenti cui si richiede la cessazione del lavoro subordinato, ai lavoratori autonomi non si richiede la cessione dell’attività o dagli eventuali elenchi professionali. 

 

La pensione anticipata (ex pensione di anzianità) 

La pensione anticipata è il trattamento previdenziale che si può ottenere in anticipo rispetto all’età prevista per la vecchiaia, da cui il nome. 

Dall’1 gennaio 2012 per la pensione anticipata è richiesta un’anzianità contributiva pari a 42 anni e un mese per gli uomini e 41 anni e 1 mese per le donne. Tali requisiti sono aumentati di 4 mesi per l’anno 2013, di un mese nel 2014 e di ulteriori 4 mesi dal 2016 secondo la parametrazione periodica agli andamenti demografici. Nella tabella che segue sono dunque riepilogati gli adeguamenti alla cosiddetta speranza di vita dal 2012 - anno della loro introduzione con la legge Monti-Fornero – fino al 2020.

Attenzione! Proprio nel 2019 sarebbero dovuti ulteriormente aumentare i requisiti contributivi minimi sia per gli uomini sia per le donne: per i primi da 42 anni e 10 mesi a 43 anni e 3 mesi e per le seconde da 41 anni e 10 mesi a 42 anni e 3 mesi. 

I requisiti richiesti per la pensione anticipata o di anzianità

I requisiti richiesti per la pensione anticipata

Il decreto legge del 28 gennaio 2019, n.4 è tuttavia intervenuto sul tema dell'indicizzazione dell'anzianità contributiva rispetto all’aspettativa di vita, bloccandola a 42 anni e 10 mesi di anzianità contributiva (un anno in meno per le donne): come recita il testo del decreto legge, il "blocco" è sperimentale e dunque in vigore dall’1 gennaio 2019 al 31 dicembre 2026. Viene comunque introdotto un differimento della decorrenza di 3 mesi dalla data di maturazione dei requisiti pensionistici (la cosiddetta “finestra mobile”). 

Attenzione! Per i lavoratori iscritti al sistema pensionistico pubblico a partire dal 1/1/1996 (cioè i lavoratori interamente assoggettati al regime contributivo non avendo maturato prima di quella data contribuzione neppure all’estero), è previsto un ulteriore canale di accesso al pensionamento anticipato. Essi possono accedere con un’età inferiore a quella prevista per il pensionamento di vecchiaia, fino a un massimo di 3 anni, dunque 64 anni per il 2020, se in possesso di almeno 20 anni di contribuzione effettiva (non sono considerati utili i contributi figurativi) e un importo minimo di pensione non inferiore a 1.288,78 euro mensili nel 2020, vale a dire pari ad almeno 2,8 l’importo dell’assegno sociale (importo è indicizzato in funzione del PIL nominale). 


Quota 100

Si tratta di un’opzione introdotta dal decreto legge 4/2019 che consente di accedere alla pensione con 62 anni di età e 38 di contributi; la misura ha carattere sperimentale e la sua validità si estende per il momento al prossimo triennio, vale a dire a tutti i lavoratori (dipendenti, autonomi e iscritti alla Gestione separata INPS) che matureranno i requisiti entro il 31 dicembre 2021. 

Attenzione! Affinché sia possibile esercitare questa possibilità, è necessario possedere contemporaneamente entrambi i requisiti minimi. Non è cioè possibile arrivare a 100 con qualche anno in più di contribuzione e qualche anno di età in meno o viceversa: quanti hanno ad esempio 63 anni di età e 37 di contributi dovranno comunque attendere per la propria pensione, non vedendo soddisfatto il requisito contributivo. 

La domanda può essere presentata una volta maturati i requisiti (anche nel 2022, se raggiunti entro il 31 dicembre dell’anno precedente), mentre la prestazione decorre 3 mesi dopo la maturazione del diritto per effetto della finestra trimestrale prevista. Per quanto riguarda la misura della pensione, va precisato che l’importo non subisce nel calcolo alcuna penalizzazione, pur verosimilmente meno generoso di quello di un’ipotetica pensione anticipata per effetto sia del minor numero di anni di contribuzione sia di un coefficiente di trasformazione più basso


Opzione donna

Le lavoratrici possono ottenere il trattamento di anzianità con 35 anni di contribuzione e 59 anni di età, ma con una  penalizzazione consistente nella liquidazione  della  pensione con il sistema completamente contributivo (la cosiddetta “Opzione donna”). Tale possibilità, inizialmente è limitata alle pensioni con requisiti maturati entro e non oltre il 31 dicembre 2018, è stata rinnovata dalla legge di bilancio 2020 consentendo l’accesso alle lavoratrici che abbiano raggiunto i requisiti richiesti entro il 31 dicembre 2019.  

È prevista tuttavia una finestra tra la maturazione dei requisiti e l’effettiva ricezione del proprio assegno pensionistico: il tempo di attesa è pari a 18 mesi per le lavoratrici autonome. 

L’importo della pensione ottenuta con opzione donna viene interamente calcolato con il metodo contributivo, a prescindere da quando sono stati effettivamente versati i contributi (sistema misto o ex retributivo): nella maggior parte dei casi, ciò si traduce di fatto in una penalizzazione nell’importo dell’assegno pensionistico. 


APE sociale

Confermata anche per il 2020 la possibilità di ricorrere all’anticipo pensionistico sociale, mentre non è stato rinnovato l’APE volontaria (e aziendale)

L’APE sociale permette a specifiche categorie di lavoratori individuate dalla legge di ottenere, una volta raggiunti i 63 anni di età e i 30 anni di contributi (36 per gli addetti alle mansioni gravose; previsto invece uno sconto fino a 2 anni per le lavoratrici madre), una sorta di assegno ponte fino alla maturazione dei requisiti necessari alla pensione di vecchiaia. Nel concreto, si traduce quindi in una sorta di sussidio di accompagnamento alla pensione – conditio sine qua non è ovviamente la non titolarità di alcuna pensione diretta – erogato dallo Stato a soggetti che si trovano in condizioni di particolare bisogno (disoccupati, caregivers, invalidi civili e addetti a mansioni gravose) così come individuati dalla legge. 

 

Trattamenti di invalidità

Sono previste due distinte prestazioni: l’assegno di invalidità e la pensione di inabilità.


Assegno d'invalidità

Si considera invalido l'assicurato la cui capacità di lavoro in occupazioni confacenti alle sue attitudini sia ridotta a meno di 1/3, in modo permanente, a causa di infermità o difetto fisico o mentale.

L’assegno ha carattere temporaneo: viene infatti accordato solo per un triennio, suscettibile di riconferma sempre che il soggetto risulti ancora invalido. Alla scadenza del triennio, per ottenerne la conferma il titolare di assegno è tenuto a presentare apposita domanda. Dopo tre riconoscimenti consecutivi l’assegno è confermato automaticamente e cioè indipendentemente dalla domanda dell’interessato. Al compimento dell'età pensionabile per la vecchiaia, sempre che ricorrano i relativi requisiti di contribuzione, l'assegno di invalidità si trasforma d'ufficio in pensione di vecchiaia.

L’assegno d’invalidità è ridotto proporzionalmente all’entità dei redditi, conseguiti per attività lavorativa. In altri termini, all’invalido che continua a svolgere attività lavorativa e realizza una somma superiore a 4 volte il trattamento minimo INPS, l’assegno viene ridotto del 25%. Se il reddito supera invece 5 volte l’ammontare annuo del minimo, la riduzione sale al 50%.

Invalidi e cumulo 

Invalidi e cumulo 2020

*Si tratta di reddito da lavoro dipendente, autonomo o d’impresa

Il trattamento minimo annuo INPS del 2020 è pari a 6.702,54 euro annui, vale a dire 515,58 euro mensili.

 

Pensione d’inabilità

Si considera inabile, ai fini del conseguimento del diritto a pensione, l'assicurato che a causa di infermità o difetto fisico o mentale, si trovi nell'assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa.

La pensione di inabilità è costituita dal trattamento effettivamente maturato sulla base della contribuzione versata, maggiorato di una quota pari a quella che l’inabile avrebbe maturato se avesse continuato a lavorare sino all’età di 60 anni (uomini e donne). L’anzianità contributiva da considerare non può comunque superare i 40 anni.

Requisito contributivo

Ai fini del perfezionamento del diritto all'assegno di invalidità e alla pensione di inabilità è richiesto il possesso dei seguenti requisiti di contribuzione: almeno 5 anni di contribuzione (260 contributi settimanali), di cui almeno 3 anni versati nel quinquennio precedente la presentazione della domanda. È richiesta anche la cessazione di qualsiasi tipo di attività lavorativa, la cancellazione dagli elenchi anagrafici degli operai agricoli e dagli elenchi di categoria dei lavoratori autonomi, la cancellazione dagli albi professionali e la rinuncia ai trattamenti a carico dell'assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione e a ogni altro trattamento sostitutivo o integrativo della retribuzione.

 

La pensione ai superstiti

Il diritto alla pensione in favore dei superstiti sorge in caso di decesso del pensionato oppure del lavoratore in attività, a condizione che quest'ultimo, al momento del decesso, possa far valere almeno 15 anni di contribuzione, ovvero 5 anni, di cui almeno 3 versati nel quinquennio precedente la data della morte.

I superstiti beneficiari possono classificarsi in tre gruppi: il coniuge ed i figli (minorenni, maggiorenni studenti sino a 21 anni ed universitari sino a 26 anni, ovvero inabili e a carico del genitore defunto), i genitori, i fratelli e le sorelle (in mancanza di coniuge e figli).

La misura della pensione è stabilita in una quota dell’intero importo del trattamento già liquidato al lavoratore o che a lui sarebbe spettato. Le quote sono le seguenti: coniuge solo: 60%; coniuge e un figlio: 80%; coniuge e due o più figli: 100%. Qualora abbiano diritto a pensione soltanto i figli, ovvero i genitori o i fratelli o sorelle, le aliquote sono le seguenti: un figlio: 70%; due figli: 80%; tre o più figli:100%; un genitore: 15%; due genitori: 30%; un fratello o sorella: 15%. La pensione ai superstiti non può, in alcun caso, risultare superiore all’intero ammontare della rendita della quale risultava titolare, o che sarebbe spettata al lavoratore deceduto.

Se il superstite possiede redditi

La pensione attribuita ai superstiti, qualora il beneficiario faccia parte di un nucleo familiare dove non vi siano figli minori, studenti o inabili, è corrisposta nella misura ridotta: al 75 %, in presenza di redditi imponibili IRPEF (escluso quello della casa di abitazione) d’importo annuo superiore a 3 volte il trattamento minimo INPS; al 60% in presenza di redditi (escluso quello della casa di abitazione) d’importo annuo superiore a 4 volte il trattamento minimo; al 50%, in presenza di redditi imponibili IRPEF d’importo annuo superiore a 5  volte il trattamento minimo INPS.

Il trattamento minimo annuo INPS del 2020 è pari a 6.702,54 euro annui, vale a dire 515,58 euro mensili.

Cumulo tra redditi e pensione ai superstiti

Cumulo tra redditi e pensione superstiti 2017

 

Decorrenza e misura della pensione 

La pensione di vecchiaia decorre dal mese successivo a quello in cui si maturano i requisiti richiesti per il diritto. La pensione anticipata decorre, a partire dal 2019, tre mesi dopo il compimento dei requisiti (con la cosiddetta “finestra mobile”). L’assegno di invalidità e la pensione di inabilità decorrono dal mese successivo a quello della relativa domanda. La pensione ai superstiti è fissata al mese successivo alla data del decesso del dante causa.    

 

Misura della pensione

Il sistema di calcolo della pensione si differenzia a seconda dell’anzianità contributiva maturata alla data del 31 dicembre 1995:

  • per chi ha almeno 18 anni di contributi, il criterio utilizzato è misto, e cioè “retributivo”, per l’anzianità maturata sino al 31 dicembre 2011, e “contributivo” per i periodi di attività successivi all'1 gennaio 2012;
     
  • per chi ha meno di 18 anni di contributi, il criterio utilizzato è misto, e cioè “retributivo”, per l’anzianità maturata sino al 31 dicembre 1995, e “contributivo” per i periodi di attività successivi all'1 gennaio 1996;
  • per coloro che si sono iscritti, dall'1 gennaio 1996 (privi di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995) , si applica invece il solo criterio contributivo, strettamente collegato al valore della contribuzione versata nell’arco dell’intera vita lavorativa.


Criteri di calcolo della pensione

Criteri di calcolo della pensione

 

Calcolo Retributivo

La misura della pensione nel sistema retributivo è data dalla somma di due distinte quote  (A + B). La prima (A) corrispondente all’importo relativo all’anzianità contributiva maturata sino  a tutto il 31 dicembre 1992; la seconda (B) corrispondente all’anzianità contributiva acquisita dal 1°  gennaio 1993 al 31 dicembre 2011. Per l’anzianità maturata dal 1 gennaio 2012 si fa invece riferimento al sistema contributivo puro (quota C).

La base pensionabile è costituita dalla media annua dei redditi convenzionali assoggettati a contribuzione dei 10 anni che precedono la decorrenza, per la quota A, e dalla media annua degli ultimi 15 anni per la quota B. I redditi utilizzati sono rivalutati tenendo conto dell’inflazione.

 

L’integrazione al minimo

Quando l'importo della pensione, calcolato con il criterio retributivo sulla base della contribuzione effettivamente versata risulta inferiore a una certa cifra (il minimo stabilito dalla legge) si procede alla cosiddetta integrazione, che rappresenta quindi la differenza, a carico dello Stato, tra la quota effettivamente maturata e la soglia stabilita.

Le condizioni da rispettare affinché scatti l'integrazione sono due: chi richiede la pensione non deve avere altri redditi assoggettati a Irpef di importo superiore a 2 volte il trattamento minimo; il reddito complessivo della coppia (pensionato e relativo coniuge) non deve superare l'importo annuo di 4 volte il minimo.

Nel 2019 l’importo mensile a cui adeguare le pensioni calcolate con il sistema retributivo di valore basso era pari a 513,01 euro/mese. Tale importo rivalutato secondo l’adeguamento perequativo diventa pari a 515,58 euro/mese nel 2020. 

 

Calcolo contributivo

Il sistema contributivo funziona ad accumulo. Il lavoratore provvede, con il concorso dell'azienda, ad accantonare annualmente il 33% del proprio stipendio. Il capitale versato produce una sorta di interesse composto, a un tasso legato alla dinamica quinquennale del PIL (il prodotto interno lordo) e all'inflazione.

Alla data del pensionamento al montante contributivo, ossia la somma rivalutata dei versamenti effettuati, si applica un coefficiente di conversione che cresce con l’aumentare dell’età. Con riferimento al 2019, ad esempio, il coefficiente è pari al 4,532%, per chi chiede la rendita a 60 anni, sale al 5,245% per chi resiste fino a 65 anni e al 6,257% se si decide di arrivare fino a 70 anni.  A partire dal 2020, i coefficienti di trasformazione sono rivisti ogni due anni - in precedenza lo erano ogni 3 -  sulla base della evoluzione degli andamenti demografici (speranza di vita). 

Per le pensioni liquidate a soggetti di età inferiore a 57 anni (pensione di inabilità e pensione ai superstiti) si applica il coefficiente di trasformazione previsto per coloro che hanno compiuto i 57 anni.
 

Confronto fra i vecchi coefficienti di trasformazione e i nuovi validi a partire dal 2019
         

Attenzione! Per le pensioni liquidate sulla base del criterio contributivo, le disposizioni sull'integrazione al minimo non trovano applicazione. 

 

Regime del Cumulo

Il cumulo pensione-reddito da lavoro è ormai un problema che riguarda esclusivamente i beneficiari della pensione di invalidità. I titolari della vecchiaia, infatti, da tempo possono svolgere sia attività di lavoro dipendente che da autonomo, senza subire alcuna riduzione della pensione. Lo stesso vale per i titolari dei trattamenti anticipati/anzianità a partire dal 2009.

Regime del cumulo 

* La trattenuta non può comunque superare il 30% del reddito da lavoro

*Per il 2020, la misura del trattamento minimo è pari a 515,58 euro

Attenzione! Chi andrà in pensione con Quota 100 non potrà percepire redditi da lavoro dipendente o autonomo fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia (attualmente, 67 anni): all’assoluto divieto di cumulo durante il periodo di anticipo – pena la sospensione della pensione stessa – è comunque prevista una deroga per il lavoro autonomo occasionale entro il limite annuale di 5.000 euro lordi

 

LE NOVITÀ  2020 

Una serie di importanti novità in ambito previdenziale sono state introdotte lo scorso anno dapprima dalla Legge di Bilancio per il 2019 e successivamente dal decreto-legge del 28 gennaio 2019 “Disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e pensioni”: tra le misure più significative, l’introduzione di Quota 100 – vale a dire la possibilità di uscita dal lavoro quando somma di età anagrafica e contributi è almeno pari a 100 (con requisiti contributivo e di età minima comunque definiti) -, il riscatto agevolato della laurea o di altri periodi non coperti da contribuzione e la variazione del meccanismo di rivalutazione delle pensioni. 

Anche la Legge di Bilancio per il 2020 è, sebbene in misura minore, nuovamente intervenuta sulla materia previdenziale, in parte andando a modificare alcune delle disposizioni precedenti (come nel caso del meccanismo di rivalutazione) e in parte estendendo anche all’anno in corso alcuni istituti - come APE sociale e opzione donna - già prorogati per il 2019 dalla precedente manovra economico-finanziaria. Si descrivono quindi sinteticamente di seguito alcune delle principali novità introdotte dalla legge 160/2019

Per ulteriori approfondimenti si rimanda alle schede Wikiprevidenza dedicate. 

 

Proroga dell'APE sociale

Confermata anche per il 2020 la possibilità di ricorrere all’anticipo pensionistico mediante APE sociale, sociale della quale vengono sostanzialmente conservate anche le principali caratteristiche.

In particolare, l’APE sociale permette a specifiche categorie di lavoratori individuate dalla legge di ottenere, una volta raggiunti i 63 anni di età e i 30 anni di contributi (36 per gli addetti alle mansioni gravose; previsto invece uno sconto fino a 2 anni per le lavoratrici madri), una sorta di assegno ponte fino alla maturazione dei requisiti necessari alla pensione di vecchiaia. Nel concreto, si traduce quindi in una sorta di sussidio di accompagnamento alla pensione – conditio sine qua non è ovviamente la non titolarità di alcuna pensione diretta – erogato dallo Stato a soggetti che si trovano in condizioni di particolare bisogno (disoccupati, caregivers, invalidi civili e addetti a mansioni gravose) così come individuati dalla legge. 

Attenzione! La Legge di Bilancio non ha invece previsto alcuna proroga per l’APE volontaria, la cui esperienza si è conclusa quindi con il 2019 (qui, una scheda riassuntiva per quanti ne avessero già fatto richiesta). 

 

Proroga di opzione donna 

Si tratta di un’opzione indirizzata, come suggerisce il nome stesso, alle sole donne, cui è concesso di accedere alla pensione con almeno 35 anni di contribuzione e 59 anni di età se autonomi in alternativa alle altre forme di pensionamento, laddove i requisiti siano stati maturati entro il 31 dicembre 2019. 

Anche in questo caso, il perfezionamento del requisito contributivo implica l’esclusione della contribuzione figurativa accreditata per disoccupazione, malattia e/o prestazioni equivalenti. Non solo, la circolare 11/2019 specifica inoltre che alle lavoratrici madri che accedono al pensionamento tramite opzione donna non si applicano le agevolazioni previste dalla Legge Dini (articolo 1, comma 40, della legge n. 335 del 1995). In sostanza, per le pensioni contributive non sono riconosciuti i contributi figurativi relativi ai periodi di assenza dal lavoro per motivi di educazione e assistenza dei figli fino al sesto anno di età o di assistenza al coniuge e al genitore, oltre a non essere riconosciuto l’anticipo di quattro mesi per ciascun figlio, nel limite massimo di un anno. 

Prevista poi una finestra tra la maturazione dei requisiti e l’effettiva ricezione del proprio assegno pensionistico. Il tempo di attesa è pari a 18 mesi per le lavoratrici autonome. 

Attenzione! L’importo della pensione ottenuta con opzione donna viene interamente calcolato con il metodo contributivo, a prescindere da quando sono stati effettivamente versati i contributi (sistema misto o ex retributivo): nella maggior parte dei casi, ciò si traduce di fatto in una penalizzazione nell’importo dell’assegno pensionistico. 

 

Meccanismo di rivalutazione delle pensioni 

La Legge di Bilancio 145/2018 era intervenuta sul meccanismo di rivalutazione delle pensioni prevedendo per il triennio 2019-2022 l’adeguamento: 

  • al 100% dell’inflazione per le pensioni di importo fino a 3 volte il trattamento minimo INPS*;
  • al 97% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 3 e 4 volte il minimo;
  • al 77% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 4 e 5 volte il minimo;
  • al 52% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 5 e 6 volte il minimo;
  • al 47% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 6 e 8 volte il minimo;
  • al 45% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 8 e 9 volte il minimo;
  • al 40% dell’inflazione per le pensioni di importo oltre 9 volte il minimo.

La manovra per il 2020 è tuttavia nuovamente intervenuta sul tema prevedendo sia per il 2020 stesso sia per il 2021 un accorpamento della rivalutazione al 100% dei trattamenti di importo fino a 4 volte il TM (515,58 euro), lasciando inalterate le altre fasce di rivalutazione. Dunque, ricapitolando: 

  • il 100% dell’inflazione per le pensioni di importo fino a 4 volte il trattamento minimo INPS*;
  • il 77% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 4 e 5 volte il minimo;
  • il 52% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 5 e 6 volte il minimo;
  • il 47% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 6 e 8 volte il minimo;
  • il 45% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 8 e 9 volte il minimo;
  • il 40% dell’inflazione per le pensioni di importo oltre 9 volte il minimo.

Attenzione! Come già accaduto in passato, per il triennio 2019-2021 la rivalutazione è applicata sull'importo complessivo della pensione e non sui diversi scaglionicome previsto dalla legge 388/2000. Cosa vuol dire? Che, in passato, un'ipotetica pensione di 4.000 euro lordi al mese sarebbe stata rivalutata fino al 100% dell'inflazione fino a 3 volte il minimo (circa 1.547 euro), il 90% da 3 a 5 volte il minimo (da 1.548 a 2.578 euro) e il 75% sulla quota di pensione oltre 5 volte il minimo (da 2.579 fino a 4.000 euro). Le ultime due Leggi di Bilancio, almeno in questo senso, proseguono invece l'impostazione già prevista per il 2018 e applicano la rivalutazione all'intero importo: tornando all'esempio, ciò significa che l'intero importo sarà rivalutato al 47% dell'inflazione, percentuale applicata nel caso di pensioni di importo compreso tra le 6 e le 8 volte il trattamento minimo. 

 

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Dopo il coronavirus, che rischia di trasformarla nella sostanza in un ammortizzatore sociale, abolire anzitempo Quota 100 è diventato pressoché impensabile: considerata la grave situazione, oggi più che mai è però tempo di progettare una riforma definitiva del sistema previdenziale italiano 

Quo vadis Quota 100? Il punto sulle domande e il possibile impatto di COVID-19

Le misure di pensionamento anticipato per il 2019 costeranno circa 6 miliardi rispetto ai 3,968 previsti, aumento non imputabile però a Quota 100, il cui numero di richieste è stato in linea con le attese: ancora da valutare per il biennio 2020/2021 i riflessi sul sistema di protezione sociale del nuovo coronavirus, che potrebbe aumentare la propensione al pensionamento degli italiani

Così si assiste... alla crisi del welfare

Presentato il Settimo Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano curato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali: la spesa pensionistica cresce ma si mantiene sotto controllo, sempre più insostenibile per la tenuta futura del sistema appare invece il costo delle attività assistenziali a carico della fiscalità generale