Come e perché aderire alla previdenza integrativa?

Con il metodo di calcolo contributivo la pensione sarà ancora sufficiente? O meglio iniziare a pensare a una pensione di scorta? Le possibili risposte ad alcuni dei dubbi più frequenti di quanti si interrogano sull'adesione alla previdenza complementare 

A partire dagli anni settanta dello scorso secolo, il sistema pensionistico pubblico si è basato su un “patto intergenerazionale”: le pensioni attuali vengono cioè pagate con i contributi dei lavorativi attivi, le cui pensioni saranno poi pagate con i contributi dei giovani che entreranno nel mondo del lavoro. In questo sistema si adotta il metodo di calcolo retributivo dove la prestazione pensionistica viene calcolata in base alla media delle ultime annualità moltiplicata per un coefficiente di “proporzionamento” variabile tra il 2% e lo 0,9% annuo.

A partire dalla fine del secolo scorso, però, l’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite unito alle ricorrenti crisi economiche hanno costretto il Legislatore a rivedere l’insieme del sistema di welfare pubblico, con il primario obiettivo del contenimento della spesa. Revisione che si è tradotta in una serie di riforme che prevedono il robusto aumento dell’età pensionabile e una pensione meno generosa, ottenuta adottando il metodo di calcolo contributivo con il quale la prestazione pensionistica viene calcolata moltiplicando il montante individuale dell’iscritto (vale i contributi versati dal lavoratore nella sua vita lavorativa rivalutati annualmente in regime d’interesse composto) per il cosiddetto coefficiente di trasformazione, che tiene conto sia dell’età del lavoratore al momento del pensionamento sia dell'aspettativa di vita.

L’introduzione sistema contributivo, quindi, fa sì  che più si versa e per più anni lo si fa, maggiore sarà la pensione che si andrà a percepire. Ad esempio, per un lavoratore dipendente che ha iniziato a lavorare nel 1999 con un reddito attuale di 22.000 euro, una prospettiva media di crescita salariale (2%) e che andrà in pensione a circa 67 anni e con 46 anni di contributi effettivi versati (uno scenario che prevede una carriera piuttosto continua, non così scontata all’interno del mercato del lavoro attuale), la pensione sarà pari a circa il 73% circa dell'ultimo stipendio percepito. Se questo giovane è invece un  lavoratore autonomo, la sua pensione sarà pari a circa il 63% dell'ultimo reddito, mentre se è un lavoratore parasubordinato sarà circa del 70%. Ciò significa che se l’ultimo mese da lavoratore attivo si aveva una retribuzione di 1.000 euro, il reddito del primo mese da pensionato sarà di poco più di 730 euro se dipendente, 630 se autonomo e 700 se parasubordinato (ciò in virtù della diversa contribuzione in fase di lavoro: mentre i dipendenti versano ad esempio, tra il loro contributo e quello del datore di lavoro, il 33% del proprio reddito, gli autonomi versano “solo” il 24%).

Considerata questa riduzione della prestazione pensionistica pubblica, il Legislatore ha accompagnato i provvedimenti restrittivi con una serie di disposizioni a sostegno di forme di pensione private. Disposizioni che consentono la nascita di nuovi Fondi pensione privati e la regolamentazione di quelli già in essere con strumenti di tutela e supporto da parte dello Stato, promotore di una disciplina di sostegno fiscale. L'idea è incentivare tutti i lavoratori a optare per l'adesione alla previdenza complementare così da mantenere un tenore di vita da pensionati simile a quello che avevano durante la vita lavorativa, mediante (almeno) un 20/25% di pensione aggiuntiva.

La pensione "complementare" si costruisce, quindi, attraverso la sottoscrizione di fondi pensione a cui tutti possono aderire (lavoratori e non). I fondi pensione sono una specie di cassa comune-salvadanaio in cui confluiscono i contributi versati dai diversi iscritti, contributi che vengono gestiti in modo professionale e nel rispetto di precise regole d'investimento, per consentire poi di erogare le prestazioni in rendita periodica o capitale.

Sul mercato troviamo tre categorie di fondi pensione:

  • i fondi negoziali o contrattualiistituiti dai contratti di lavoro, ai quali possono aderire i lavoratori dipendenti privati e pubblici di quella specifica categoria o comparto o base territoriale ed, eventualmente, i loro familiari; ad esempio i dipendenti pubblici del comparto scuola al fondo Espero o i lavoratori privati del settore metalmeccanico al fondo nazionale Cometa (per i chimici, Fonchim) o i lavoratori veneti a Solidarietà Veneto, e così via.
  • i fondi aperti  ai quali possono aderire tutti i lavoratori sia dipendenti, sia autonomi o liberi professionisti e anche coloro che non hanno un lavoro (percettori di redditi diversi o persone a carico); si può aderire sia individualmente sia in modo collettivo (accordi aziendali, di studi professionali o servizi o tra lavoratori  appartenenti ad una determinata categoria, come avviene per i fondi negoziali).
  • i PIP (piani individuali pensionistici), vale a dire piani pensionistici gestiti mediante contratti di assicurazione sulla vita; solo ad adesione individuale, sono acquistabili da chiunque.