Pensioni di anzianità, di vecchiaia e anticipata: che differenza c'è?

Pensione di anzianità, di vecchiaia e anticipata: come andare in pensione nel 2019? Facciamo chiarezza sui requisiti d'accesso anagrafici e contributivi

Tendenzialmente, quando si parla in modo generico di pensione si fa riferimento alla cosiddetta pensione di vecchiaia, trattamento pensionistico che viene erogato al raggiungimento di un’età anagrafica fissata per legge, in presenza di una contribuzione normalmente non inferiore a 20 anni.

 

La pensione di vecchiaia 

Peculiarità della pensione di vecchiaia è quindi un requisito contributivo non eccessivamente severo – 20 anni per l’appunto – a fronte di un requisito anagrafico ben più stringente: la cosiddetta età pensionabile per il 2019 è fissata a 67 anni (+ 5 mesi rispetto al 2018) per tutte le categorie di lavoratori, vale a dire uomini e donne, dipendenti e autonomi.

Come già visto, infatti, affinché il soddisfacimento del fabbisogno previdenziale possa essere mantenuto nel tempo, il sistema prevede alcuni elementi di stabilizzazione, introdotti anche per permettergli di reggere alle trasformazioni demografiche in atto e, in particolare, al progressivo invecchiamento della popolazione: a tal fine, l’età pensionabile è quindi soggetta a degli adeguamenti periodici, in funzione della cosiddetta “speranza di vita”. Se la speranza di vita aumenta, aumenta cioè anche la soglia anagrafica da raggiungere per poter accedere alla pensione di vecchiaia. In particolare, a partire dal 2109, l’adeguamento avviene con frequenza biennale (in precedenza era invece triennale): questo vuole dire che il prossimo adeguamento dei requisiti è previsto per il biennio 2021-2022. 

Per quanto riguarda invece i contributi considerati, vale invece la pena di precisare che, ai fini del raggiungimento dei 20 anni, vale la contribuzione a qualsiasi titolo versata o accreditata in favore dell’assicurato: si considerano cioè egualmente “validi” contributi da lavoro, da riscatto, figurativi e versamenti volontari

Attenzione! Il doppio requisito 67 anni d’età e 20 anni di contribuzione è valido in linea di massima, ma sono ovviamente previste alcune eccezioni, tanto che si può dire che, nel complesso, l’età di accesso alla pensione di vecchiaia varia per il 2019 dai 66 ai 71 anni. In particolare: 

  • Per i lavoratori che svolgono le “mansioni gravose” individuate come tali per legge, viene congelato per l’anno in corso l’adeguamento alla speranza di vita: questi lavoratori potranno cioè anche quest’anno accedere alla pensione di vecchiaia con 66 anni e 7 mesi di età (e 20 anni di contributi);
  • Per i lavoratori che non soddisfano il requisito contributivo ventennale, è possibile ottenere la pensione di vecchiaia – spesso definita anche “pensione di vecchiaia contributiva” - a 71 anni (requisito a propria volta soggetto ad adeguamento demografico) a fronte del versamento di 5 anni di contributi, nei quali non sono però compresi in questo caso i contributi figurativi;
  • Per i cosiddetti “contributivi puri”, vale a dire per quei lavoratori il cui primo versamento contributivo sia successivo alla riforma Dini e quindi decorra dall’1 gennaio 1996, il doppio requisito anagrafico e contributivo non è in realtà sufficiente, ma ne è previsto un terzo, vale a dire aver maturato una pensione di importo superiore a 1,5 volte l’assegno sociale (686,99 euro per il 2019). Laddove il requisito non sia soddisfatto, non è quindi possibile ottenere la pensione: è possibile prescindere da tale requisito solo al raggiungimento dei 71 anni di età (“pensione di vecchiaia contributiva”), quando sarà cioè possibile ottenere l’accesso al proprio assegno pensionistico a prescindere dall’importo maturato;
  • Per quanti avevano maturato al 31 dicembre 1992 almeno 15 anni di anzianità contributiva, possono bastare appunto anche solo 15 anni di contribuzione, a condizione che venga comunque soddisfatto il requisito anagrafico. A questo proposito occorre infatti precisare che la cosiddetta riforma Monti-Fornero ha di fatto “parificato” il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia tra i cosiddetti “contributivi puri” e quanti invece al gennaio 1996 avevano già una posizione assicurativa avviata, ma per quanto riguarda quello contributivo la circolare INPS 16/2013 dispone invece delle possibili deroghe; 
  • Per chi accede alla pensione di vecchiaia tramite totalizzazione, vale a dire “totalizzando” i contributi versati nel corso della propria vita lavorativa i contributi versati a più gestioni (Casse di Previdenza dei liberi professionisti comprese), il requisito anagrafico “scende” a 66 anni di età. Va però ricordato che tra il diritto alla pensione e l’erogazione del primo assegno intercorrere una finestra di 18 mesi, tanto che di fatto anche la pensione di vecchiaia in totalizzazione non viene comunque percepita prima dei 66 anni e 7 mesi.

In linea di massima, la pensione di vecchiaia decorre dal primo giorno del mese successivo a quello in cui è stata raggiunta l’età pensionabile oppure, nel caso dei “contributivi puri” che non soddisfino al raggiungimento della soglia anagrafica anche il requisito relativo all’importo dell’assegno, dal mese successivo al soddisfacimento di tale requisito.

 

La pensione di anzianità 

La pensione di anzianità così come intesa in passato (35 anni di contributi e requisito anagrafico in ultimo pari a 62 anni o 40 anni di contributi) non esiste più: pensata in origine per permettere al lavoratore che avesse raggiunto una determinata anzianità contributiva di andare in pensione a prescindere dall’età, è stata infatti dapprima modificata nel 2004 mediante l’introduzione di requisiti aggiuntivi rispetto a quello contributivo e quindi del tutto “pensionata” dalla riforma Monti-Fornero che l’ha nella pratica sostituita con la pensione anticipata, che consente comunque al lavoratore di andare in pensione prima della soglia anagrafica prevista dalla pensione di vecchiaia a fronte di un certo numero di contributi. 

Mediante appositi provvedimenti legislativi sono stati comunque “salvaguardati” alcuni assicurati che, ritenuti nella posizione di dover comunque essere tutelati dal sistema previdenziale, hanno potuto in via eccezionale conservare l’accesso alla pensione con le regole ante Fornero. 

 

La pensione anticipata 

Introdotta dalla riforma Monti-Fornero, si può – semplificando – definire come quella prestazione previdenziale cui è possibile accedere non raggiungendo una certa età, bensì perfezionando un requisito di natura contributiva. Questo significa che diventa appunto possibile andare in pensione prima dei 67 anni richiesti dalla pensione di vecchiaia (da qui, il nome di “anticipata”), a condizione di aver accumulato un certo numero di contributi. 

In particolare, dall’1 gennaio 2019 spetta: 

  • ai lavoratori uomini (dipendenti o autonomi) con almeno 42 anni e 10 mesi di anzianità contributiva, a prescindere dall’età anagrafica 
  • alle lavoratrici donne, con almeno 41 anni e 10 mesi di anzianità contributiva, a prescindere dall’età anagrafica. 

A differenza di quanto non accada con la pensione di vecchiaia, persiste dunque in questo caso una differenza nei requisiti tra i due sessi. 

Attenzione! Così come originariamente previsto dalla riforma Monti-Fornero, anche il requisito contributivo necessario a ottenere la pensiona anticipata avrebbe dovuto essere periodicamente adeguato all’aspettativa di vita. A seguito dalle novità nel sistema pensionistico introdotte dalla Legge di Bilancio per il 2019 e dalle successive disposizioni attuative, gli adeguamenti sono stati sospesi fino al 31 dicembre 2026: ciò significa che con il nuovo anno non è entrato in vigore l’adeguamento di 5 mesi originariamente previsto, tanto che i requisiti per la pensione anticipata si sono appunto mantenuti identici a quelli già previsti per il 2018. 

Un beneficio cui fa da parziale contraltare, almeno per quanto riguarda l’effettiva ricezione dell’assegno pensionistico, la (re)introduzione del cosiddetto meccanismo delle finestre mobili. Se fino allo scorso dicembre la pensione anticipata aveva decorso dal mese successivo al perfezionamento del requisito contributivo richiesto, a partire dal 2019 viene reintrodotta una finestra trimestrale, il che vuole dire che si viene a creare un gap di 3 mesi tra il momento in cui è possibile inoltrare la domanda per la pensione e quello in cui l’assegno è effettivamente erogato. Nel frattempo, comunque, il lavoratore potrà continuare a esercitare la propria attività e continuare a contribuire fino all’esaurimento della finestra così da accedere direttamente alla pensione una volta cessato il rapporto di lavoro dipendente (requisito quest’ultimo necessario per l’accesso alla pensione stessa). 

Anche in questo caso sono poi previste delle “agevolazioni” per categorie particolari di lavoratori: possono maturare il diritto alla pensione con 41 anni di contributi i cosiddetti lavoratori precoci, vale a dire tutte quelle persone che possono vantare almeno 12 mesi di contribuzione per periodi di lavoro effettivo (compresi quelli riscattati per omissioni contributive) prima del compimento del 19esimo anno di età. 

Un’ulteriore particolarità riguarda poi ancora una volta i “contributivi puri”, per i quali è possibile un’ulteriore opzione, rappresentata dalla pensione anticipata contributiva. Oltre a poter ottenere la pensione al perfezionamento dell’anzianità contributiva dei 42 anni (41 per le donne) e 10 mesi richiesti, i lavoratori che hanno aperto la propria posizione contributiva dopo il 31 dicembre 1995 hanno la possibilità di ottenere il trattamento anticipato al compimento dei 64 anni di età, requisito quest’ultimo soggetto ad adeguamento alla speranza di vita. Due le ulteriori condizioni che è tuttavia necessario soddisfare: 

  • almeno 20 anni di contributi effettivi accreditati (ai fini del computo si considerano cioè come validi i soli contributi obbligatori, volontari o da riscatto, mentre vengono ad esempio “scartati” i contributi accreditati figurativamente per disoccupazione, malattia e/o prestazioni equivalenti); 
  • aver maturato un assegno pensionistico di importo mensile pari o superiore a 2,8 volte quello dell’assegno sociale (vale a dire circa 1280 euro per il 2019). 

Il trattamento decorre peraltro in questo caso senza che sia prevista alcuna finestra. 

 

Quali ulteriori scivoli o possibilità per anticipare la pensione? 

Una serie di opzioni ulteriori consentono poi di anticipare la pensione rispetto all’età pensionabile a oggi prevista con modalità e requisiti diversi rispetto a quelli previsti per la pensione anticipata. Rimandando alle schede dedicate per ulteriori approfondimenti, si riportano di seguito (e in tabella) le principali: 

Quota 100: si tratta di un’opzione introdotta dal decreto legge 4/2019 che consente di accedere alla pensione con 62 anni di età e 38 di contributi; la misura ha carattere sperimentale la cui validità si estende per il momento al prossimo triennio, vale a dire a tutti i lavoratori (dipendenti, autonomi e iscritti alla Gestione separata INPS) che matureranno i requisiti entro il 31 dicembre 2021. 

Opzione donnarecentemente prorogata dal decreto legge 4/2019, si tratta di un’opzione indirizzata, come suggerisce il nome stesso, alle sole donne, cui è concesso di accedere alla pensione con almeno 35 anni di contribuzione e 58 anni di età se dipendenti (59 se autonome) in alternativa alle altre forme di pensionamento, laddove i requisiti siano stati maturati entro il 31 dicembre 2018. Viene tuttavia prevista una finestra tra la maturazione dei requisiti e l’effettiva ricezione del proprio assegno pensionistico. Il tempo di attesa è pari a 12 mesi per le lavoratrici dipendenti e 18 mesi per le autonome. 

Attenzione! L’importo della pensione ottenuta con opzione donna viene interamente calcolato con il metodo contributivo, a prescindere da quando sono stati effettivamente versati i contributi (sistema misto o ex retributivo): nella maggior parte dei casi, ciò si traduce di fatto in una penalizzazione nell’importo dell’assegno pensionistico. 

APE sociale: prorogata per tutto il 2019, l’APE sociale permette a particolari categorie di lavoratori individuate dalla legge di ottenere, una volta raggiunti i 63 anni di età e i 30 anni di contributi (36 per gli addetti alle mansioni gravose; previsto invece uno sconto fino a 2 anni per le lavoratrici madri), una sorta di assegno ponte fino alla maturazione dei requisiti necessari alla pensione di vecchiaia. Nel concreto, si traduce quindi in una sorta di sussidio di accompagnamento alla pensione – conditio sine qua non per l'accesso alla prestazione è ovviamente la non titolarità di alcuna pensione diretta – erogato dallo Stato a soggetti che si trovano in condizioni di particolare bisogno (disoccupati, caregivers, invalidi civili e addetti a mansioni gravose) così come individuati dalla legge. 

APE volontaria: possibilità a disposizione dei lavoratori che abbiano almeno 63 anni e 5 mesi di età, 20 anni di contributi e che si trovino a non più di 3 anni e 7 mesi dal raggiungimento della pensione di vecchiaia di ottenere un anticipo finanziario a garanzia pensionisticaNon si tratta dunque di una prestazione previdenziale, bensì di un prestito vero e proprio che il futuro pensionato può ottenere con modalità agevolate per ricevere un assegno mensile alternativo o complementare allo stipendio (non è cioè richiesta la cessazione dell’attività lavorativa), fino alla maturazione dei requisiti necessari alla pensione. 

La prestazione è quindi per funzione assimilabile all’APE sociale, con la sostanziale differenza che gli oneri del “prestito ponte” sono in questo caso totalmente a carico del lavoratore, che può farvi ricorso per un minimo di 6 mesi e un massimo di 43 mesi. L’importo mensile può invece variare da un minimo di 150 euro a un massimo che oscilla, in base all’anticipo richiesto, tra il 75% e il 90% della pensione netta maturata al momento della richiesta di anticipo. 

Attenzione! Ulteriore requisito per poter far domanda per l’APE volontaria è aver maturato, al momento della richiesta, un assegno pensionistico di importo pari o superiore a 1,4 volte il trattamento minimo INPS (almeno 1,5 per i cosiddetti “contributivi puri”). 

Isopensione: scivolo pensionistico interamente pagato dall’azienda ai dipendenti del settore privato in attesa della maturazione dei requisiti necessari per la pensione, in presenza di uno specifico accordo e a condizione che l’azienda impieghi mediamente più di 15 dipendenti e si impegni a versare un assegno di importo equivalente alla pensione (garantendo al contempo la relativa copertura contributiva). 

Il meccanismo consente un anticipo fino a un massimo di 7 anni rispetto alla normativa vigente. Per il 2019, dunque: 35 anni e 10 mesi per gli uomini e 34 e 10 mesi per le donne, nel caso della pensione anticipata; oppure 60 anni d'età e 20 di contributi, nel caso della pensione di vecchiaia. 

 

Chi raggiunge i requisiti è obbligato ad andare in pensione? 

Il raggiungimento dei requisiti necessari a ottenere la pensione non implica di per sé che il lavoratore debba necessariamente pensionarsi. Con particolare riferimento alla pensione di vecchiaia, si può cioè dire che non si è obbligati ad andare in pensione al raggiungimento dei 67 anni di età: al contrario, la legge concede di proseguire anche oltre la propria carriera professionale (eventualità ovviamente da non confondere con la possibilità di cumulare la pensione con redditi da lavoro, autonomo o dipendente entro certe soglie fissate per legge) fino al raggiungimento di un requisito anagrafico in corrispondenza del quale scatta invece il cosiddetto pensionamento forzato. In linea di massima, per i lavoratori del settore privato, tale soglia è pari ai 71 anni. Resta inteso l’accordo del datore di lavoro che, al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia, può comunque imporre al proprio dipendente il licenziamento per sopraggiunti limiti di età.

Diverse invece le regole nel settore pubblico, dove si tende generalmente a favorire il pensionamento: in questo caso, al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia scatta quindi pressoché automaticamente la cessazione del servizio. Oltre tale data, il rapporto non può protrarsi se non, in via eccezionale, nel caso in cui il lavoratore non abbia ancora perfezionato il requisito contributivo richiesto (20 anni di contributi versati). Va d’altra parte precisato che spesso per le pubbliche amministrazioni scatta ancor prima il cosiddetto pensionamento d’ufficio, inteso appunto come l’obbligo o la facoltà a seconda delle amministrazioni di mandare in pensione il personale in servizio al raggiungimento di determinati requisiti anagrafici e/o contributivi. Al momento, l’obbligo scatta generalmente a 65 anni laddove, a tale età, il personale abbia maturato un qualsiasi diritto alla pensione (Quota 100 comunque esclusa); diversamente, il rapporto di lavoro prosegue fino al soddisfacimento dei requisiti necessari per la pensione di vecchiaia. 

 

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