Cosa aspettarsi dalle proprie attività finanziarie? Rendimento reale e rendimento atteso

Alla base di un'attività finanziaria c'è normalmente un'aspettativa di rendimento. E mai come in questo caso sono richiesti realismo e consapevolezza: a maggiori prospettive di rendimento corrispondono infatti solitamente anche rischi più insidiosi da correre 

Normalmente, quando un risparmiatore decide di fare un ulteriore passo in avanti e di cimentarsi in attività di investimento, lo fa perché animato da un preciso scopo: ottenerne un qualche profitto, inteso qui nella sua accezione più generica di tornaconto economico.  

Senza voler necessariamente scomodare termini troppo tecnici, la parola chiave in questo caso è rendimentodove per rendimento s’intende il flusso totale generato – tenuto conto cioè sia dei guadagni sia di eventuali perdite – da una determinata attività, espresso come frazione del suo prezzo. Semplificando, cioè, si tratta dell’utile prodotto dell’investimento calcolato in forma percentuale. 

Ora, come visto, “obiettivo minimo” – quantomeno di breve termine – tanto dei risparmiatori più oculati quanto degli investitori più propensi al rischio - è normalmente quello di riuscire a proteggere i propri risparmi dalla più che probabile erosione di potere d’acquisto nel tempo provocata dall’inflazione. Ed ecco allora perché, quando si parla di rendimento reale di una qualsiasi attività di investimento si fa di norma riferimento al rendimento espresso al netto di inflazione. 

Altrettanto importante però in materia di pianificazione finanziaria è il concetto di rendimento atteso, che (attenzione!) non corrisponde all’aspettativa di rendimento del singolo risparmiatore o investitore, ma piuttosto al rendimento che una certa attività di investimento dovrebbe produrre in media. Per quanto non certo l’unico da considerare, un parametro di valutazione quindi essenziale per chiunque voglia decidere se affidarsi o meno a un determinato strumento previdenziale, assicurativo, bancario o finanziario: vien da sé infatti che attività differenti avranno anche rendimenti medi attesi diversi. Da valutare – altra importante precisazione da fare – sul medio o ancora meglio sul lungo periodo: se infatti, misurato in un arco temporale relativamente breve può infatti capitare che il rendimento effettivo sia molto diverso (in eccesso o in difetto) da quello atteso, su orizzonti temporali più lunghi, quando cioè vengono assorbite eventuali oscillazioni dei mercati o altri elementi transitori che spingono le performancemolto a (s)favore, rendimento effettivo e atteso tendono solitamente ad avvicinarsi tra loro. 

Una domanda sorge allora quasi spontanea: se, grazie al rendimento atteso, è possibile farsi un’idea di quello che sarà il possibile esito di un determinato investimento, perché qualcuno dovrebbe scegliere strumenti che, in prospettiva, garantiscono rendimenti più bassi di altri? La risposta è “semplice”, ma non scontata: il rendimento atteso non va confuso con una previsione di sicuro successo o di certezza assoluta, tanto più che a rendimenti elevati corrispondono solitamente rischi altrettanto elevati. Si tratta casomai di una sorta di stima, calcolata sulla base della resa media dei rendimenti generati da investimenti analoghi all’interno di un determinato orizzonte temporale. 

Per chiarire meglio concetto, e ancora di più la strettissima relazione tra rischio e rendimento, proviamo allora a fare un esempio che fa riferimento al caso della previdenza complementare. Premessa indispensabile a farsi è che le diverse forme pensionistiche offrono di solito all’aderente la possibilità di investire i propri contributi in diversi comparti o linee di investimento  (comunque modificabili nel corso del tempo), cui corrispondono anche differenti livelli di rischio e diverse aspettative di rendimento. Agli “antipodi” di un’ipotetica scala si collocano solitamente le cosiddette linee garantite e quelle bilanciate: le prime si caratterizzano per una garanzia di rendimento minimo o di restituzione del capitale versato, le seconde invece sono invece più rischiose perché investono solo o principalmente in azioni.  Il che vuol dire che il rendimento atteso sarà tendenzialmente più elevato sul lungo periodo, ma anche che il valore dell’investimento potrà andare incontro a oscillazioni molto forti, in positivo e in negativo, nel corso degli anni; ragione per la quale non sono raccomandabili ad aderenti che, per un motivo o per l’altro, abbiano optato per un indirizzo più prudente. Specularmente, una linea obbligazionaria “garantirà” rendimenti più contenuti sul lungo periodo, ma anche oscillazioni più ridotte. 

Attenzione! Nessuna scelta è giusta o sbagliata di per sé, quello che conta sia nel caso particolare del risparmiatore previdenziale sia in quello più generale di un qualsiasi investitore che si confronti con uno dei tanti strumenti a disposizione sul mercato è trovare il giusto equilibrio tra rendimento atteso e rischio, tenendo conto della propria specifica situazione patrimoniale, delle esigenze che desidera soddisfare e del suo personale profilo finanziario. 

 

Potrebbe interessarti anche

Il TFR conteso tra previdenza complementare, aziende ed economia reale

Il trattamento di fine rapporto rappresenta una delle principali fonti di autofinanziamento soprattutto per le piccole e medie imprese che hanno difficoltà ad accedere al credito bancario; allo stesso tempo è la maggior quota di contribuzione del lavoratore aderente alla previdenza complementare: le due cose sono davvero inconciliabili?